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BrainGnu

 

 

 

 

 

Le prime pagine

"Finefebbraio" di Valentina Grotta
[ISBN 978-88-7418-655-6
Pagg. 115 - Prezzo € 12,00]

 

Finto Svelto
Fine agosto


Non posso più avere bambini. Me lo ha detto il medico qualche giorno fa.
Diceva sul serio credo. Ha guardato una carta e ha detto mi dispiace. Ho preso la macchina e non so nemmeno per dove sono passata.
Mi sono fermata alla pista di pattinaggio vicino al cimitero, dietro il palazzo a sette piani con le ringhiere rosse.
Avrò fatto la strada che faccio sempre altrimenti avrei avuto un incidente.
Mi sono seduta sull’erba maltrattata attorno alla pista.
Quando ho alzato lo sguardo il cielo aveva il colore della pelle dei pesci e sono tornata a casa. Ferivo ogni mio bel ricordo passato. Quella sera mio marito è tornato prima per me. «Allora?».
«Allora niente» gli dico io. Abbiamo mangiato in silenzio. Io poco.
Lui si è sforzato di più. In televisione davano il tenente Colombo. Ma era strano perché non era domenica.
È stato allora che hanno bussato alla porta.
Luca toglieva i piatti dal tavolo e io mi stavo sbucciando una pera. La frutta era fredda.
Luca ha fatto scorrere l’acqua per riempire il lavandino e io ho aperto la porta. Era uno dei figli della mia vicina, il secondo.
Avrà forse sette anni. «Salve signora» mi ha detto e dopo cinque anni di matrimonio ancora mi suona strano. «Avrebbe per caso un po’ di sapone per i piatti, per favore?».
Gli ho sorriso e sono andata in cucina. Ho tolto dalle mani di mio marito la bottiglia di finto Svelto e ne ho versato un bel po’ in un bicchiere di plastica.
Il bambino era lì sulla porta, un po’ impettito, ma con il corpo che premeva ora sui talloni ora sulle dita dei piedi, con le braccia incrociate dietro la schiena. Aveva piccole pantofole marroni di finta pelle con l’elastico dietro.
«Grazie mille».
Ed era corso fino alla sua porta che era a pochi centimetri dalla nostra.
«Anche io odiavo chiedere le cose alla mia vicina di casa quando ero piccolo» dice Luca. A pensare ai dispiaceri dei bambini piccoli lo baciai sul collo. Profumava come la mattina, però forse aveva fumato qualche sigaretta.
Smise di strofinare i piatti, ma lasciò le mani nella vaschetta del lavandino. Calde - lo sapevo - e piene di sapone. Dall’acqua sprigionava l’odore della salsa e del limone. Levò una mano dall’acqua e la infilò dietro nei miei jeans.
Ci respiravamo già in bocca quando suonarono di nuovo alla porta. «Buonasera signora». Il bambino tirò su col naso e si asciugò la bocca piena di lacrime con la manica del pigiama.
Aveva la guancia sinistra rossa. «Mi sono sbagliato. Mi darebbe un po’ di sapone per i panni?». Lo guardai a lungo mentre lui guardava per terra.
Mi voltai, ma mentre andavo verso il bagno ci pensai su e tornai indietro. Mi piegai sulle ginocchia davanti a lui. «Liquido o in polvere?». Lui spalancò gli occhi. «Non lo so». Stavo per dire qualcosa quando lui si è messo a correre lungo le scale con quelle pantofole scivolose.
Teneva le dita strette attorno al ferro del corrimano. «Ma dove vai? Vieni!». La mia voce faceva eco. Scendeva le scale due a due. Non sapevo nemmeno come si chiamava. Dalla porta semichiusa di casa sua usciva un triangolo azzurrino di luce che tremava. Qualcuno stava guardando la televisione, ma non riuscivo a sentire cosa.
Il triangolo arrivava fino ai miei piedi. Chiusi la porta. Luca aveva quasi finito.
Lo aiutai a sciacquare e rimase in un silenzio un po’ostile, ma mi porgeva i piatti tenendo tutto il peso della ceramica nella sua mano fino a quando il piatto non era definitivamente nella mia. Indossai il pigiama in bagno per la prima volta da quando ci eravamo sposati e quando andammo a letto non ci provammo nemmeno.

 




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