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BrainGnu

 

 

 

 

 

Cos'è BrainGnu

"Katacrash" di Fabrizio Gabrielli
[ISBN 978-88-7418-619-8
Pagg. 180 - Prezzo € 13,00]


PRO-EPILOGO
Sta robba spigne…


Se conti almeno fino a tre t’arriva dritta in faccia come ha fatto a me quand’era solo ieri e mi bastava il rap una rima una jam (Cor Veleno) E poi, alla fine, la signora del quarto piano li aveva chiamati, i vigili urbani.
“Io adesso basta” s’era detta piena di sé, prima di scapicollarsi al telefono timorosa che le sfuggisse la frase buona, quella da vomitare tutta d’un fiato dentro la cornetta. “Sì, buongiorno, mi scusi sa ma qua ci siamo stufati di questi sorci.
È ora che fate qualcosa, veniteli a catturare, insomma, aiuto! Ne è passato uno sotto casa proprio adesso.
Era grosso, sa. Grosso così”. L’appuntato le aveva giustamente fatto notare che “così” al telefono, “non forniva adeguatamente le dimensioni dell’animale in esame”, in perfetto poliziottese. “Veda un po’ se le può servire quest’aiutino...
Era grosso come le due palle che c’hanno fatto, ‘sti sorci” aveva concluso lei con tutto l’aplomb di cui disponeva. Quando aveva messo giù era decisamente soddisfatta. In fin dei conti, il suo era stato un altissimo gesto di civiltà. La si sarebbe dovuta premiare con una medaglia al valore civile, cazzo. Questo, pensava. Il primo cittadino, dopotutto, su quella poltrona era rimasto incollato anche e soprattutto grazie alla guerra dichiarata, col guanto di sfida indossato su un pugno di ferro, ai maledetti comunistissimi roditori.
Ce ne erano in ogniddove, da quando c’era stato il ka-ta-crash.
Non c’era angolo della città che non nascondesse l’insalubre visione di uno sgattaiolante topo fuoriuscire dal tombino di turno. Lui, che era un uomo del fare, pifferaio d’altri tempi, sfoderava un’invidiabile calma quando lasciava intendere che lo sapeva, lui, come metterseli dietro il culo uno dopo l’altro. Prima i sorci, poi quei pecoroni dei suoi concittadini.
Finché era là, inchiodato allo scranno del potere, avrebbe avuto tutto, tutto il tempo per decidere quando proporre uno scambio di posizione; e loro, da bravi scolaretti, si sarebbero sistemati davanti al sindachetto, uno ad uno, giù carponi.
I concittadini, non i topi. Un branco di pecoroni a pecorina.
Gionata il voto mica glielo aveva dato, al sindachetto. D’altronde non risultava nemmeno registrato all’anagrafe, lui.
Mica cell’aveva la carta d’identità, lui. “Io il militare colca’ che ci vado, a farlo”.
Questo, diceva. I documenti, però, ce li aveva eccome. Io li avevo visti, sgualciti nella tasca del bomber mentre cercavo un flyer per farci i filtrini. Ma gli piaceva convincere e convincersi del contrario. Di fatto, ai tre giorni a pisciare urine sfatanziate nei barattolini, dopotutto, non c’era andato per davvero. E a votare, nemmeno.
Davvero. A lui, poi, i sorci stavano pure simpatici. I Charles Bronson di noialtri arrivano coi lampeggianti accesi. “Uau, le polizie” grida una vecchiarda. “Ce l’hanno fatta ad arrivare” sentenzia a voce alta la signora del quarto piano, dal balcone.
Così, giusto per far capire che se non fosse stato per lei, che aveva avuto il coraggio di digitare l’uno, e poi l’uno, e poi il tre... Scendono dalla volante biancocelestina in assetto antisommossa. Arriva anche una camionetta dei pompieri. E l’autoclave col derattizzatore, figura familiare in città da qualche tempo.
Scatta ufficialmente la caccia al “sorcio grosso così”. Parallelamente, con la velocità dei porcini dopo un ottobre pieno di pioggia, nascono e si sviluppano rigogliose le più svariate leggende metropolitane. Un tizio dalla cazzata facile – lo potresti vedere lontano un miglio – giura di aver visto il ratto in questione ingoiare un’intera famiglia di ratti più piccoli, una notte tardissimo mentre tutti dormivano e lui era sceso giù per fumare una sigaretta perché con quel caldo non riusciva proprio a chiudere occhio.
Altri sostengono che quei piccoli topi fossero addirittura i nipoti della bestia mostruosa. Un chiaro esempio di parentopofagìa. “I topi non avevano nipoti” obietta qualcuno palindromicamente. Non entusiasma nessuno, quel ricercato gioco di parole.
Nemmeno quando cerca di spiegare cos’è un palindromo. “Guarda che palindròmio che abbiam messo su!” esclama il pensionato della scala bi, confondendosi con pandemonio.
Più che una caccia al topo sembra un rodeo della grammatica. Il più coraggioso si dimostra essere l’ausiliario del traffico, pettorina gialla e un walkie-talkie nella fondina. Mica pizza e fichi. Si infila sotto ogni Opel parcheggiata nel piazzale, si arrampica sugli alti muretti aggrappandosi alla rete di recinzione, spara due o tre fumogeni in aria.
“I veri eroi dei giorni nostri sono gli ausiliari del traffico” parlottano tra loro gli habitué della bocciofila. “Ai vigili urbani dovrebbero dargli la fascia tricolore e farli sfilare in prima fila nel corteo che chiude la processione del venerdì santo” dice la vecchiarda sdentata del sottoscala. Il sindachetto, nell’estemporanea caccia al sorcio, mica era andato.
E non si dica in giro che non era stato avvisato.
“Ho cose ben più importanti a cui pensare” aveva risposto esortando poi il suo vicino di tavolo a fare la sua fottuta mossa, perché sennò la partita di canasta non riuscivano a finirla nemmeno entro quel Consiglio Comunale.
“La verità” aggiungeva sottovoce il palindromico, “è che non gli piacciono i sorci, al nostro beneamato”.
“E per dirla tutta, nemmeno le sorce” avrebbe aggiunto Gionata, facendo scattare applausi scroscianti e ovazioni da stadio. Se solo avessi saputo dove cazzo si fosse andato a cacciare, Gionata. Poi, un urlo.
“Eccolo là!” l’ausiliario indicava la preda.
Grossa, invero. Direi grossa così. Se di sorcio si trattava, era davvero uno strano sorcio.
Ce lo si immaginava coperto di irti e setosi peli color grigio topo, lunghi denti giallastri e una coda che avrebbe frustato colpi per la paura. Si sperava di stanarlo, metterlo con le sue striminzite spalle di topo al muro, potergli scorgere negli occhi la paura per la morte prossima. Sconfiggerlo dopo un’epica lotta, magari.
Appenderlo ad un palo, una volta fattegli tirare le cuoia. Sfoggiarlo in processione per la città, profana icona davanti alla quale i passanti avrebbero dovuto abbassare lo sguardo sulla punta delle scarpe. Ma i topi non sono verdi, tranne che nei proverbi.
Né hanno le squame, escluso quando usano bagnoschiuma non idratanti.
Né un collo grinzoso, fatta eccezione per quelli che la notte della Vigilia rubacchiano gli avanzi del cenone dall’ospizio mentre nella sala grande un parterre di anziani a quattro ruote si delizia col karaoke. Un topo, insomma, è proprio diverso da un varano di Komodo. Solo le legnate che gli diedero, quelle sì, erano proprio come s’erano immaginate. La legnata non conosce distinzioni tra figli e figliastri.
Mai vista maggiore viltà, pusillanimità, codardia da parte di un sorcio.
Nemmeno in un varano, per dirla tutta. Nemmeno nel più cagasotto della specie. Lo fecero fuori con imbarazzante semplicità, ma poi nessuno ebbe il coraggio di avvicinarsi e procedere col macabro rituale di profanazione della carcassa.
Anzi, fu brivido collettivo. Dai suoi denti, aguzzi e rilucenti, spuntava il nastro disfatto di una musicassetta.
E un pedalino della Broke.

 

 




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