"Patagonìa"
di Dario Falconi
[ISBN
978-88-7418-621-1
Pagg. 73 - Prezzo €
10,00]

PROLOGO O MEGLIO
PROLEGOMENI
ALL’INTERPRETAZIONE
DEL ROMANZO.
PROLE-GOMENE. PARTI
INDESIDERATI CHE
PARALIZZANO I
DESIDERI. PARTI DI
UNA STORIA. ABORTI
DELLA STORIA.
Come stai amore mio?
Sei stanco? Fermati
un attimo qui vicino
a me. Parliamo un
poco di noi. Di quel
che resta di noi. Di
quel che resta anche
senza di noi. Dopo
di noi. Prima di
noi. Parlami, ti
prego. La verità è
preferibile alla
sublimazione della
verità. Non siamo
come ci giuriamo di
essere. Una volta
non avevamo bisogno
di giurarcelo.
Lo eravamo e basta.
Dove sono i tuoi
occhi? Le tue mani
che fine hanno
fatto? Tu non sei
più tu.
Questa estraneità mi
insulta perché non
ho più il coraggio
di fuggirla. Fuga è
parola da masticare
a quindici anni
quando ancora non
appartieni a
nessuno.
Neanche a te stesso.
Quando ancora non
sai chi sei. Chi
eri. Chi sarai. E le
tue domande illuse
sono sempre le
stesse: Chi ero? Chi
sono? Chi sarò?
Semplice allora, sì,
molto semplice
fuggire da
un’identità che non
si possiede. Da un
io che è solo una
tesi senza ipotesi.
Non ho più tempo.
Una volta che ci
s’illude di essere
qualcosa è più
difficile evadere la
consapevolezza.
Ricominciare è come
dire abbandonare.
Come convincersi di
non aver vissuto.
Alla mia età un
convincimento del
genere non conduce
al ribellismo
visionario
dell’imberbe
ragazzino che
corrompe i suoi
infantilismi
inventandosi adulto.
Ipocrita
involontaria
presunzione di
scampare ad un se
stesso che, in
realtà, non
possiede. Io credevo
di essere. Io ho
vissuto
cristallizzando
dentro di me il mio
ruolo. Chi ero?
Rosa, la moglie di
Rosario. Chi sono?
Rosa, la donna che
ama il suo uomo e
che ne è amata. Chi
sarò? La madre di
mia figlia. Se
dovessi convincermi
che tutto questo non
è; che tutto questo
è architettura
onirica, vascello di
cartapesta su
torrenti di
stagnola; che la mia
vita altro non è che
il delirio d’una mia
allucinata
proiezione; non
troverei pace.
Forse ucciderei o
verrei uccisa. Forse
io stessa potrei
uccidermi.
A morire non sarei
io stessa, io che
non saprei chi sono.
Morirebbe solo una
velleità, un gemito
di sogno fragoroso
o, piuttosto, un
abisso d’incubo
ingannevole. Un
sonno definitivo
sarebbe l’unico
riconoscimento ad
un’esistenza vana di
pupille spalancate
su scenari
d’ologrammi fasulli
d’abbacinante
bellezza. Per
questo, amore mio,
ti voglio parlare.
Perché io so che è
solo una mia
stanchezza ad
invigliacchire la
razionalità delle
mie angosce. So che
tu sei quello di
sempre. So che se tu
lo capissi sapresti
stringermi forte in
parole esatte. Ti
aspetto, come ogni
sera, ma questa sera
è diversa dalle
altre.
Domani partiamo. Il
nostro viaggio. La
Patagonia.
La nostra innamorata
promessa giovane di
promettenti giovani
innamorati. Ricordo
il fuoco della tua
voce calda,
l’ansimante frenesia
del tuo incessante,
coinvolgente,
tumultuoso,
sensuale, voluttuoso
sorriso. I nostri
corpi nudi in quella
branda modesta di
uno scantinato
romano. La nostra
lussuosa e
lussuriosa prima
alcova. Così la
battezzasti. Così
presto ridemmo. Così
presto ridesti da
solo perché io
trovavo
irresistibile il tuo
sorriso voluttuoso,
sensuale,
tumultuoso,
coinvolgente,
incessante. Così
presto. Così presto
è iniziata. Così
presto spero non sia
finita. Per questo,
amore mio, questa
sera, ti prego,
parlami. Non posso
chiedertelo perché
voglio che tu mi
riconosca.
Voglio che tu mi
conosca. Voglio che
tu sappia chi sono.
Io sto male e voglio
che tu lo capisca
perché altrimenti
non ha senso che io
te lo dica. Non ha
senso che tu me lo
dica. Non hanno
senso ventisette
anni di vita
insieme. Se tu non
capisci che sto male
senza che io te lo
dica, tu non sei il
mio uomo. Io non
sono la tua donna.
Probabilmente peggio
ancora: tu non sei
un uomo ed io non
sono una donna.
Amore mio, se così
fosse, noi saremmo
niente. E nostra
figlia orfana. Io so
che tu stasera
tornerai, mi
troverai dove sto
ora, chiusa in
bagno. Sono certa
che pur non
sentendole intuirai
le mie silenti
lacrime al di là
della porta chiusa.
Perché tu sei mio
marito. Perché tu
sei l’uomo che amo.
Perché tu sei il
padre di nostra
figlia. Sarai dolce,
amore mio, lo so.
Sussurrerai qualche
tuo incantesimo,
balbetterai
delicatamente quei
codici che solo io e
te sappiamo.
Dichiarerai il
nostro segreto. Mi
dirai: “Amore,
quanto tempo ho
perso dietro alla
mia arrendevolezza.
Quanto livore
spremuto
quotidianamente
concedendo spazio a
chi mi toglieva il
respiro e negandolo
a te che sei il mio
respiro.
Mi sono perso. Sono
invecchiato in
questi ultimi dieci
anni. Ma adesso
ringiovanisco e
torno a ridere solo
per te. E torno a
piangere solo per
te. E torno ad
innamorarmi di te,
solo per noi. Vieni
fuori, domani si
parte ma stasera è
già vacanza. È già
rinnovamento. Vieni
via da lì, ci sono
due bicchieri di
sciacchetrà.
Concediamocelo
questo brindisi che,
in fondo, ce lo
siamo meritati. Che
tu, più di me, te lo
sei meritato.” Ed
allora io uscirò ed
incontrerò il mio
volto lucido di
pianto con il tuo
pianto disinvolto e
prenderò le tue mani
nelle mie e,
nuovamente, le
riconoscerò.
Riconoscerò le tue
mani. Riconoscerò le
mie mani. Saremo di
nuovo quei ragazzi
sulla branda nello
scantinato. Saremo
di nuovo noi. Io e
te. Nella buona e
nella cattiva sorte.
E tu dirai una delle
tue battute più
miracolosamente
stupide. Finché
morte non ci separé.
E tornerà ad essere
incessante,
coinvolgente,
tumultuoso,
sensuale, voluttuoso
il tuo sorriso.
Riderai, amore mio,
vero? Vero che
questa sera riderai?
È importante che tu
stasera lo faccia.
Che tu rida solo per
me. Io mi sento
vuota. Inconsistente
voragine che tutto
assolve, che tutto
dissolve. Ho provato
dolore, dilacerante
abisso di ventre
gemente,
ammutinamenti di
cartone, plastici
infingimenti di
ginnasti olimpionici
asserragliati da
pubalgie
oltraggiose. Anelli
corrotti di ruggine
che lasciano sangue
e tetano sulle mani
dell’atleta vile.
Salti nel vuoto come
acrobati circensi
per pubblici
ammaestrati al
nostro abbraccio
volante. Volante.
Guida ubriaca e
colpi di senno.
Plastici dell’errore
per rivendicare
nuovi slanci,
clangori di presunte
resurrezioni.
Plastiche pose in
convitti
enogastronomici per
non scandalizzare i
conoscenti, per non
essere pregiudicati.
Perché, in fondo,
chi tradisce le
aspettative dei
propri carcerieri o
è un loro familiare
o è un detenuto.
M’impose plastiche.
Chirurgia
dell’uggia.
Ringiovanimenti
obbligatori per le
consuete tediose
parate. Il
cerimoniale blasfemo
d’una pantomima
squallida. Il dover
essere moglie che
degrada,
mortificando, il
dover essere donna.
Strappo. Non so
perché ma è questa
la parola che sento
somigliarmi. Io sono
stata strappata. Io
vengo tutti i giorni
strappata. Una parte
di me serve, è
necessaria, è
vitale, è salvifica.
L’altra, invece, è
trascurabile,
superflua, odiosa.
Va strappata,
vilipesa,
accartocciata,
gettata. Non deve
esistere. Non è
produttiva. Non è
finalizzata al dover
essere moglie. Io
sto lentamente
morendo, amore mio,
a causa di questo.
Puoi capire quello
che ti sto dicendo?
Puoi capirlo? Mi
manca una parte di
me. Provo nostalgia
per quel pezzo di
carta. Aiutami a
raccoglierlo. Ho
pensato di poterne
fare a meno ma
adesso mi sento
totalmente
impotente.
Paralizzata. Vinta.
Gli anni abusano dei
volti e li rendono
non semplicemente
vecchi, ma
dannatamente
stanchi. Il mio
volto è decrepito. I
miei occhi (che
belli che erano i
miei occhi a
vent’anni) sono
grigi avamposti di
desolante
solitudine. Le mie
labbra, a forza di
contorcersi in
digrignamenti di
rabbia celata, sono
una smorfia di
pupazzo triste.
Ineluttabilmente
irremovibile. E così
tutto il resto.
Che tu sai. Che io
so. Che io ti dico.
Che tu simuli di non
ricordare. Amore
mio, la tua donna è
dissolta. Non ha che
di sé un vago,
impercettibile,
effluvio di memoria
ma che rischia
presto di
compromettersi. E la
memoria e la tua
donna. Se non saprò
più essere donna,
non potrò più essere
moglie. Questo lo
capisci, amore mio?
Non tornerai, spero,
a gridarmi d’essere
egoista, di non
saper rinunciare a
qualcosa per la
famiglia. Non
tornerai a dirmelo
questa sera, vero?
Quel qualcosa per me
è tutto.
Quel qualcosa che
per te è
trascurabile sono
io. Io per te sono
trascurabile? Devi
dirmelo questo? Non
devi urlarmi
addosso? La mia è
una domanda giusta?
Perché io non so più
tu cosa credi che io
sia? Quel qualcosa
non è tua moglie.
Non è la tua donna.
Sono io. Sono Rosa.
Ti ricordi? La
ragazza dai capelli
belli del bar di
piazza Marconi. Stai
mettendo a fuoco.
Non mi dissolvere.
Calmati. Non fingere
di essere
arrabbiato.
Non ce n’è motivo.
Mi vedi come allora.
Quella ragazza si
sente strappata.
Sogna ogni notte che
i suoi lunghi
capelli belli le
vengano strappati
uno ad uno. E sai
chi è l’uomo del
sogno? Sei tu.
Sempre tu, amore
mio. Sempre e solo
tu. Ti avvicini
completamente nudo.
Io ti guardo e sono
felice di vederti e
ti dico: “Sono
felice di vederti.”
Tu non mi concedi
neanche una parola,
neanche un cenno di
distensione. Mi
stringi forte la
testa e sfoderi una
forbice gigantesca
e, come preso da una
furia omicida,
incominci a
tagliare, a tagliare
e mentre tagli sento
che provi piacere.
Un piacere sessuale.
I tuoi gemiti
avvolgono tutta la
stanza, vedo le luci
dei vicini
accendersi furiose
una dopo l’altra.
Tu mi tieni
immobile, io sono
terrorizzata. Non ti
riconosco. Non
riesco a fuggirti.
Tu mi biascichi
violentemente
insulti cattivi che
alimentano il tuo
vergognoso orgasmo.
“Puttana”, “eccola
la mia troia”,
“faceva schifo
questo cespuglio” ed
io ti supplico di
smetterla che mi
stai facendo male.
Sì, male, perché
dopo la forbice, il
rasoio. Dopo il
rasoio, le pinze.
Incominci ad
estrarre con
diabolico godimento
tutti i bulbi
capilliferi diffusi
sulla mia testa
ormai completamente
glabra. Ed io piango
di un ancestrale
dolore. E di
soprassalto, mi
sveglio, sudata,
livida, tremante.
Tu mi osservi come
se non comprendessi
d’essere il
responsabile dei
miei incubi (e se
veramente tu non lo
comprendessi? Oddio,
chi sei tu?) e mi
accogli con la
solita battuta
disgustosa. “Allora
forse è il caso che
ce li tagliamo
davvero questi
capelli, che dici?”
Ti giri. Ti volti.
Fai una bizzarra
giravolta perché
credi così di essere
rassicurante. Perché
pensi d’aver
ottemperato al tuo
ruolo di marito.
Perché ti sei
convinto che essere
allegro sia sinonimo
di rassicurante. No,
amore mio, la tua
allegria è
indecente. Non vedi
che io aspetto. Non
vedi il mio aspetto.
Domani partiamo.
Dove andiamo, amore
mio? Sappiamo che
non sarà una festa
ma una marcia
funebre.
Marcia. Una promessa
ventenne che non può
essere smentita
affinché l’apparenza
sovrasti la
ragionevolezza e
tutto appaia per
quello che non è mai
stato. La
simulazione di un
idillio.
Un’idilliaca
simulazione. Monelli
che giocano agli
indiani in un
acquario di
pellirossa senza
scalpi. Senza scampi
di coppia, via di
foga. Arrembante
inezia dell’inerzia.
Farsa di gravità che
tutto ingravida
affinché tutto
graviti. E che
nessun meteorite
oltraggi il cielo
stellato del nostro
presepio
miscredente. Non
vedi, amore mio, che
non ci sono più le
stelle. Non vedi,
amore mio, che non
c’è più il cielo?
E, magari,
intravvedessimo
qualche meteorite,
almeno potremmo
respirare ancora un
universo di guerra e
tumulto, di
apocalisse e fuoco.
Almeno, potremmo
ancora
corrisponderci come
divise nemiche
cospiranti verso
comuni aspirazioni:
Tregua, Pace,
Convivenza. Sento la
chiave incidere nel
cancello i suoi
riconoscibili
battiti. Sei
tornato, amore mio.
Ti aspettavo. Sento
i tuoi passi
dirompere sulle
scale.
Eccoti, amore mio.
Sei arrivato. Sento
la tua presenza
gigante dietro la
porta del bagno. Sì,
amore, sto
aspettando. Parla
pure. So quello che
dirai. Ti prego,
dillo. “Rosa, devi
stare ancora molto?
Fai presto.” Faccio
presto. Esco.
Probabilmente vorrà
parlarmi a letto.
Hai ragione, amore
mio. Vero che ti sei
accorto che
piangevo? Vero che
tra un attimo me lo
dirai? Vero che
saprai dirmi le
parole giuste? Ti
lavi, ti spogli,
t’infili mestamente
sotto le coperte.
Questo è il momento.
Rimango in attesa.
“Hai preparato le
valigie?” “Sì.”
“Bene. Buonanotte.
Domani sveglia alle
sei.” Inizia così la
mia storia. Finisce
così la mia storia.
Buonanotte.