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Le prime pagine

"Deformi" di Lorenzo Di Matteo
[ISBN 978-88-7418-670-9
Pagg. 68 - Prezzo € 12,00]

 

Prologo

Chiusi gli occhi e fecero il loro timido ingresso delle note. All’inizio erano confuse e frusciavano stonate. Alle loro spalle comparve una linea orizzontale e poi un’altra che si sistemò sopra la prima. Poi altre tre, lunghissime e parallele.
Le note si posarono tra le cinque linee, il fruscìo scomparve e prese il suo posto una ballata, che nessun orecchio aveva mai sentito prima. E mentre ascoltavo la melodia la contrazione delle mie palpebre si allentò e il respiro divenne più leggero. Ma scoppiò il più forte dei tuoni di quella notte e la ballata si arrestò.
Aprii gli occhi. Il cane tremava. Lo accarezzai sulla testa. La tenda continuava a essere martellata da enormi gocce che non smettevano di infradiciare la montagna dov’ero. La tenda era accudita da un gigantesco cerro, l’alleato più alto e robusto che avessi potuto scegliere; era l’ultimo albero prima della radura al centro della quale c’era una grande casa a un piano, formata da enormi massi squadrati alla buona.
Una casa vuota, che aspettavo si riempisse. I fulmini sfioravano i rami del grande cerro, le gocce di pioggia quasi bucavano la tenda e l’umidità rovinava i libri che leggevo e i quaderni dove scrivevo. Il cane, che qualche ora prima aveva messo in fuga un lupo, ora tremava per i tuoni. Lo avvolsi in una coperta e continuai ad accarezzarlo.
È così che stavo ad aspettare. Da tempo. Speravo che entrassero nella casa al centro della radura, che era tra me e quella montagna dalla vetta tonda ma rocciosa. Quella notte, dopo quel forte tuono, le note della ballata si fecero sentire ancora.
Dalla tenda avvertii il vento alzarsi e alzarsi ancora, vibrante e poi scuotente sulla tenda e sulle fronde del cerro. Rimasi sorpreso dall’irrompere di quel vento, che velocemente portò via le nuvole e il rumore della pioggia, ma ero troppo stanco per capire quel che stava avvenendo e i miei occhi si chiusero come petali leggeri.
 

I

Al mattino il vento c’era ancora. Uscii dalla tenda poco dopo l’alba, la terra era ancora zuppa ma il profumo della pioggia si stava modificando in altro: le nuvole si diradavano e il sole prendeva il loro posto. Guardai verso la casa, vidi il cane seduto davanti alla porta d’ingresso, che era socchiusa. Accanto al cane, in piedi, c’era un uomo che guardava nella mia direzione. Mi fece cenno con una mano di avvicinarmi. Andai.
Dopo un centinaio di passi ero davanti a lui. Sotto i baffi ben tagliati irrompeva un sorriso che mostrava tutti i denti, docili come la sua figura di uomo non più giovane ma ancora forte. Mi accolse. Strinse la mia mano avvolgendola nella sua.
Poi lasciandola mi disse a voce bassa, con precisione: “Quel cerro è enorme, è l’albero più alto di questa parte di montagna; protegge dal sole e dalla pioggia, è un mastodontico ombrello di foglie e rami. Ma è pericoloso durante i temporali perché i fulmini tentano sempre di colpirlo. Perché hai scelto di accamparti proprio là?”
“Non lo so. Ho creduto che la mia tenda dovesse stare là.”
“Perché?”
“…”
“Avresti potuto scegliere gli altri alberi che sono intorno a questa radura; sono più piccoli e di certo ti avrebbero coperto meno dalla pioggia ma ti avrebbero esposto molto meno ai fulmini. Perché hai scelto proprio quel grande cerro?”, mi disse indicandolo con l’indice e con gli occhi. “Non lo so… non lo so il perché…”
“Prova a rispondere.” “È enorme e mi ha attratto come attrae a sé la vetta tonda ma rocciosa di questa montagna. È stato come…”
“…come stare sospeso su un filo con sotto il vuoto?”
“Si.”
L’uomo annuì con gli occhi, poi continuò indicando la casa alle sue spalle: “Qui dentro nessuno dei suoi abitanti può vivere da solo. Altrimenti saremmo deformi come muscoli, ossa, legamenti, tendini e articolazioni che non lavorano assieme ma che pensano di bastare a loro stessi.”
Poi l’uomo coi baffi si guardò attorno, fissò il cielo e mi chiese: “Quando è arrivato questo vento?”
“È arrivato stanotte all’improvviso e ora ha portato il sole.”
“Spazzerà via anche il sole?”
“Nessuno è in grado di spostarlo”, gli risposi sorridendo. L’uomo coi baffi sorrise e mi disse: “Il vento è una melodia, che qualcuno deve aver intuito prima. Il vento è un gesto della mano o del capo, il vento è una donna che spegne il sole col mare.
Il vento è il cerro materno, sono le note di una ballata.”
E mi invitò a entrare dalla porta socchiusa con un gesto semplice e chiaro della mano. Salutai il cane con una carezza ed entrai.

 




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